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Storia della Confraternita prima del 1965, II parte.

Per quanto la Confraternita non risulti formalmente inserita e subordinata alla parrocchia, la soggezione a essa si scorge implicita, non solo attraverso il previsto intervento obbligatorio del commissario arcivescovile o dell'arciprete di San Biagio in ogni seduta plenaria, ma. soprattutto, per l'assenza di qualsiasi richiamo a interventi religiosi operativi nella vita della comunità parrocchiale demandati alla Confraternita.

Lo statuto è standardizzato su un tipo di riforma che si rinviene analogo, nello stesso periodo, presso molte altre compagnie centesi ed emiliane. L'appartenenza a essa sembra riservata, pur attraverso una contorta dizione, a persone di non bassa posizione sociale e pare aversene conferma dai blandi richiami (cap. XV) all'aiuto economico che i soci si dovranno prestare a vicenda.

Probabilmente, il testo, ora disperso e forse mai pubblicato, degli statuti del 1583, non andava oltre questa visione riduttiva, per cui no* sembrerebbe da sopravvalutare l'intervento pastorale del Baruffaldi che, in Cento, almeno sotto tale angolazione, non pare inaugurare un nuovo tipo di parrocchialità di stile arcadico e preilluminista rispetto a quello della controriforma. Solo, tuttavia, da uno studio cornparativo, che esula da questo nostro profilo, potrà trarsi una conclusione più sicura.

L'antico sodalizio cessò di esistere nel periodo napoleonico per effetto delle leggi che sopprimevano tutte le corporazioni religiose. La chiesa, dal garbato barocco, rimase così negletta sino al 1808, anno m cui venne affidata, solo per l'officiatura, alla ricostituita Compagnia del Santissimo Sacramento.

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